domenica 1 maggio 2016

Maternità surrogata: una separazione che non fa altro che allargare una ferita già aperta?

Come negli anni passati fecero tanto scalpore argomenti quali trasfusioni di sangue, aborto e trapianti adesso è il tema della maternità surrogata a farsi largo tra l'opinione pubblica che nonostante tutto sembra risultare ancora un po' perplessa riguardo alla fatidica domanda:"È giusto o no legalizzare la maternità surrogata?"

Occorre innanzitutto sottolineare, come scrive Cristiana Alicata per La Repubblica, che l'utero in affitto  non è una questione solamente gay, tutt'altro, sono tantissime le coppie sposate ed etero che per vari motivi non riescono ad avere figli desiderose di  nascondere la propria sterilità che quindi  si recano in paesi dove è possibile fare ciò. Ed anche se fosse una questione omosessuale in quanto si ricollega alle unioni civili? Cosa cambierebbe? Davanti ad una società che si dichiara così apertamente progressista perché si crede ancora che il figlio di una coppia gay non dovrebbe crescere in maniera sana e con solidi principi? Perché ormai tutto sembra essere velato da enormi pregiudizi.

Ma non ci dimentichiamo che al centro di tutto questo c'è proprio la madre. Secondo studi in campo psicoanalitico e psichiatrico le conseguenze della cessione del bambino sono molti gravi. Si parla soprattutto di gravi patologie psichiatriche di natura depressiva che possono portare anche al suicidio. Naturalmente ci sono comunque una serie di norme che servono a tutelare la salute di queste donne soprattutto in quegli stati in cui al giorno d'oggi la pratica della gestazione per altri è totalmente legale a patto però che questa sia a titolo gratuito e legata ad una serie di normative giudiziarie atte alla completa messa in sicurezza di questa pratica. Ma allora perché una persona dovrebbe dare alla luce un figlio per poi darlo subito via? La risposta forse è più semplice di quella che pensiamo. Come affermato da Jeremy Bentham celebre filosofo inglese le azioni dell'uomo conformi al suo tanto sostenuto principio di utilità  se hanno come unico fine il raggiungimento della felicità sono giuste. In questo caso si parla sia della felicità della famiglia che adotterà il bambino ma sia anche della felicità di chi ha deciso di compiere questo gesto assolutamente senza fini di guadagno. Portando quindi ad un benessere la pratica non potrà che essere giusta. Fin qui sembrerebbe una di quelle tante storie a lieto fine se non fosse per il fatto che le aspettative non riflettono mai quella che è la mera realtà. Infatti tutt'ora nel mondo moltissime donne in estrema condizione di povertà vengono sfruttate per questa pratica come ricorda sempre nel suo articolo Cristiana Alicata. Questo è un grosso passo indietro per la nostra società che ostina a reputarsi così moderna; rifacendosi a ciò che affermava Rawls, un altro filosofo, tutto ciò non è altro che una grandissima ingiustizia, per lui infatti la giustizia deve essere intesa come equità nessuno è quindi avvantaggiato o svantaggiato rispetto ad un altro, cosa che non si riflette con quanto scritto appena sopra. Quelle donne paiono essere  uno strumento nelle mani di chi è solo accecato dagli interessi, di chi vede solo i soldi e nient'altro, di chi ha il cuore oscurato dall'egoismo a grande differenza di tutte queste madri.

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